Pedro Bon: Dipingere l’invisibile

Pedro Bon non dipinge per somigliare. Dipinge per rivelare.

Non l’evidenza, ma ciò che vibra sotto la superficie: uno sguardo che trattiene, un gesto che esita, un corpo che non osa esporsi del tutto. Per Pedro Bon ogni volto è un autoritratto inconscio, un frammento della sua interiorità trasferito su un’altra pelle.

In un tempo che espone tutto, Pedro Bon sceglie ciò che resta taciuto.

I ritratti di Pedro Bon— sospesi tra compiuto e incompiuto — parlano una lingua che precede le parole.

I tuoi titoli — Los Irrompibles, Te Olvidaste, Cosmos, Hurt — sembrano evocare narrazioni intime. Il titolo nasce prima o dopo l’immagine?

Sempre dopo. Il titolo è una conseguenza, mai un punto di partenza. Arriva quando il dipinto ha già trovato la sua voce. È il tentativo di nominare una sensazione appena emersa.

Spesso mi affido alla musica: prendo in prestito titoli da canzoni che, per atmosfera o intensità, risuonano con l’opera. Non potrei fare il contrario.

È l’immagine che impone il titolo, non viceversa.

Il ritratto, per te, è indagine psicologica o dialogo con lo spettatore?

Nasce da un’urgenza personale. Dipingo emozioni che prendono forma in uno sguardo, in un gesto minimo, nella vibrazione della pelle.

Il dialogo con chi osserva mi interessa molto: a volte emergono letture che non avevo previsto. Ma l’origine resta intima. Il mio umore, il momento che sto vivendo, determinano l’opera. In fondo, sono tutti autoritratti inconsci: modi diversi di parlare di me attraverso qualcun altro.

Cosa significa, per te, catturare l’invisibile?

È l’unica cosa che conta. Limitarmi ai tratti fisici renderebbe il dipinto vuoto.

L’invisibile è ciò che si percepisce ma non si vede: desiderio, malinconia, una tristezza sommersa. Sono tensioni sottili, ma sono quelle che danno peso all’immagine.

Quanto del tuo mondo interiore entra nei tuoi lavori?

Tutto. Anche se non lo sapevo all’inizio.

Sono stati gli altri a farmelo notare: nei volti che dipingo c’è sempre qualcosa di me.

Non credo di poter rappresentare un’emozione che non abbia vissuto.

La pittura è diventata il mio linguaggio, il luogo in cui riesco a dire ciò che a parole non riesco a formulare.

Il desiderio è ispirazione, confessione o timore?

È ispirazione, ma soprattutto confessione.

Mi interessa un desiderio trattenuto, un omoerotismo sottile che non si impone allo sguardo. Preferisco la tensione all’evidenza. Quello spazio ambiguo in cui lo spettatore completa ciò che io suggerisco.

Se potessi trasmettere un solo messaggio attraverso il desiderio, quale sarebbe?

Complicità.

Quel momento elettrico in cui due sguardi si incontrano e sanno, senza bisogno di parole, di condividere lo stesso pensiero.

Che colore ha, per te, l’intimità?

Il colore della pelle. Ma non come superficie uniforme: come territorio complesso.

Verdi, blu, rossori improvvisi. Zone in cui sembra di sentire il sangue pulsare. L’intimità è fatta di sfumature, non di tonalità piatte.

Qual è la parte più autentica di un tuo ritratto?

Forse ciò che resta incompiuto.

Fatico a capire quando fermarmi. La mia impazienza lascia sempre zone irrisolte. Paradossalmente, sono proprio quelle a parlare di più di me.

Nei tuoi lavori il corpo interrompe il silenzio visivo. Che rapporto hai con il tuo?

Accettarmi è stato un processo lento.

Forse per questo dipingo corpi idealizzati: costruisco sulla tela una fisicità che non ho mai avuto. È un gesto di proiezione, ma anche di desiderio.

Quando inizi un ritratto, cerchi la somiglianza o la verità?

Nelle commissioni cerco la somiglianza: è ciò che viene richiesto.

Nel lavoro personale, invece, la somiglianza è solo un punto di partenza. Mi interessa amplificare ciò che sento potente, accentuare una tensione, spostare l’equilibrio.

Non voglio una copia: voglio un peso emotivo.

La domanda che nessuno ti ha fatto?

“Cosa provi quando vendi un’opera sapendo che potresti non rivederla mai più?”

È una separazione silenziosa. E non è mai del tutto indolore.

Ti mette più a disagio essere guardato o essere capito?

Essere guardato.

Non essere capito non mi spaventa. Ma stare al centro dell’attenzione sì. Il mio corpo lo tradisce subito: l’espressione cambia, mi irrigidisco. La timidezza è ancora lì.

È più erotico trattenere che mostrare?

Sì.

L’erotismo vive nell’immaginazione. Nel non detto. Quando trattieni, crei uno spazio che l’altro deve colmare. E spesso gli spettatori vedono nei miei lavori un’intensità erotica che io stesso, mentre dipingo, non misuro fino in fondo.